Sangue e musica a Parigi

CaptureRicordo abbastanza bene quella sera. Sono coricato sul letto, stanco dopo una giornata di università. Guardo svogliatamente una partita della nazionale di calcio. Un’amichevole forse, oppure una partita per la qualificazione agli Europei di Francia 2016. Ma non importa. Dopo il novantesimo, il telecronista annuncia che le consuete interviste dal campo saranno sostituite da un’edizione speciale del telegiornale. Il suo tono è confuso, quasi innaturalmente freddo. Distaccato. Lo sguardo sfugge la telecamera, probabilmente diretto verso le indicazioni di collaboratori fuori schermo. Parla di un attentato a Parigi, dove la nazionale francese doveva giocare un match internazionale. Subito penso alle vittime dell’Heysel e all’incidente di Superga. Lo so, non c’entra molto, ma da juventino e torinese, per me questi sono i primi esempi che mi vengono in mente quando si accosta il termine “strage” al gioco del calcio. Due espressioni troppo distanti per poter stare assieme nella stessa frase.

Viene lanciata la pubblicità. Distacco gli occhi dal televisore e mi fiondo sul mio cellulare appoggiato sul comodino. Nel browser di internet, digito sulla tastiera virtuale due parole. Soltanto due: “Parigi” e “attentato”. I risultati scorrono sullo schermo. Ci sono titoli di giornali, notizie incerte. Si azzardano numeri, luoghi, ma sempre con tono di presupposizione. Mi alzo incerto sulle gambe e mi dirigo al bagno. Incrocio la camera dei miei genitori e chiedo se hanno anche loro sentito le notizie che arrivano da oltralpe. La risposta arriva con un glaciale assenso del capo di mia madre. Ritorno alla mia stanza e vengo subito rapito dalla sigla del telegiornale. Sul televisore campeggia la scritta “edizione straordinaria”.

Ogni volta che la programmazione regolare s’interrompe per lasciare spazio ad un’edizione straordinaria mi si ferma il cuore. In quello spazio di nero e silenzio tra una trasmissione e l’altra, la pelle si arriccia e la gola si chiude. Ricordo ancora quell’edizione del TG che mi accompagnò nel pomeriggio successivo al terremoto dell’Aquila. La notizia mi era arrivata nella mattinata mentre ero a scuola, ma solo dopo aver visto quelle immagini alla tv ero stato in grado di comprendere la portata della tragedia. Da allora spero sempre di evitare il ripetersi di quei momenti. Ma quella sera Dio non aveva tempo per me.

Il giornalista, in piedi o a mezzobusto, agita fogli dando conferma alle paure di tutti: la capitale francese si trova sotto un attacco multiplo di matrice terrorista. Nel corso della nottata, colleghi e corrispondenti da sotto la Tour Eiffel, ricompongono il macabro puzzle aggiungendo ad ogni collegamento particolari inquietanti. Bombe, kamikaze e kalashnikov: le armi. Il primo, il decimo e l’undicesimo arrondissement: i luoghi in cui sei sparatorie hanno colpito dei ristoranti. Lo Stade de France: dove si sono verificate tre esplosioni.

Il video in cui Patrice Evra, terzino sinistro dei Blues, passa incerto il pallone con il sottofondo di una bomba, e quello che ritrae gli ottanta mila tifosi dopo la partita, che si abbracciano e piangono, “costretti” dalla sicurezza sul campo da gioco, faranno da sfondo a molti servizi d’informazione sportiva e non, fino all’Europeo di calcio che si giocherà pochi mesi dopo proprio in Francia.

In studio si discute di come l’ISIS, che nel frattempo ha rivendicato con orgoglio gli attacchi, abbia deciso, a differenza dei precedenti attentati a danno del giornale satirico Charlie Hebdo e ad un supermercato kosher, di colpire persone comuni e luoghi pubblici della Ville Lumière, con la precisa volontà d’instillare paura nella quotidianità di ogni occidentale. Non ci riusciranno. Si apre un collegamento con l’Eliseo, in cui il presidente francese Hollande sta tenendo un discorso. Le sue parole, ferite, annunciano lo stato di emergenza e la chiusura delle frontiere.

Associo il faccione del presidente con quello, ripreso in primo piano, di Rufus Scrimgeour, ministro della magia nel mondo di Harry Potter, all’inizio del penultimo film della saga. E nonostante la finzione, le parole pronunciate con rabbia e maestria dall’attore, sono allineabili con quella terribile realtà:” Questi sono tempi duri, non lo si può negare. Forse il nostro mondo non ha mai affrontato una minaccia come quella di oggi. Ma io dico questo a tutta la cittadinanza: noi, sempre vostri servitori, continueremo a difendere la vostra libertà e a respingere le forze che tentano di portarvela via. Il vostro ministero rimane forte.”

Decido che la mattina seguente non andrò all’università. Lo ammetto, un po’ per paura, ma soprattutto perché l’ora si è fatta tarda, e c’è da seguire in diretta l’attacco più sanguinoso: quello al teatro Bataclan, in cui il gruppo statunitense “Eagles of Death metal” si sta esibendo davanti a molti ragazzi e ragazze. Novantatré di loro saranno uccisi. E se i numeri possono sempre spiegare con razionalità, non sono in grado di fronte ai centotrenta cadaveri. Ai più di trecentocinquanta feriti. Alle ventisei diverse nazioni in lutto per le loro vittime, compresa un’italiana. Ai sette terroristi morti. Per cosa, non so. E la marcia successiva agli attentati, in cui i leader europei si sono stretti in un unico abbraccio, non sarebbe stata necessaria se capissimo che al mondo esiste solo un popolo: quello umano.

Il video, ripreso da una finestra di fronte al Bataclan, con gli spettatori appesi al cornicione del locale. Che tentano di fuggire dalla finestra del bagno. Che arrancano feriti e strisciano lontano da quell’inferno. Il video, girato all’interno del Bataclan, con lo stupore del leader della band, che continua incerto a cantare. Con lo stupore degli spettatori, che pensano gli spari siano effetti speciali del concerto. E poi i musicisti dietro gli strumenti. E poi gli spettatori a terra attoniti. E poi le urla. Le foto, uscite qualche giorno dopo su internet, scattate all’interno del Bataclan. Le pareti rosse. Le sedie rosse. I lampadari, i tavoli rossi. E così anche le tovaglie e i bicchieri. Ogni cosa all’interno del teatro risplendeva di un rosso rubino, che colava dal soffitto al pavimento. Lì, un tappeto di carne morta ammazzata giaceva con gli occhi spenti e gli arti inerti. Quelle foto non le dimenticherò mai. Nessun francese lo farà. Ed anche nessun europeo. Nessun uomo, degno di questo nome, potrebbe – dovrebbe – dimenticarle.

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