Come i bambini che ancor sorridono sulle metropolitane

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Metropolitana di Torino

Recentemente ho iniziato a lavorare in un nuovo posto che si trova in centro a Torino. Perciò impossibile da raggiungere in macchina causa traffico e mancanza di parcheggio. Rivivo quindi ogni mattina i traumi adolescenziali nel prendere la metropolitana, tra il freddo del primo sole e la calca della fiumana di gente che come me si reca a scuola o al lavoro. Ed è cosi che un giorno, ancora mezzo addormentato, volendo imitare gli americani delle serie tv, decido di sorseggiare il mio caffè direttamente dal thermos, mentre in piedi tento di rimanere in equilibrio ad ogni sobbalzo del convoglio. Il risultato è il rovesciarsi dal liquido nero bollente sulle mie labbra e sulla camicia, provocandomi ustioni ed imbarazzo. Nel tentativo di contenere le macchie (e le imprecazioni), la mia attenzione cade su una bambina seduta su un seggiolino. Minuta, vestita di rosa, con guance paffute e sguardo furbetto, nascondeva il viso con le manine che tenevano stretto un orsetto di peluche. D’improvviso svela i suoi occhioni verdi e li posa sul signore in piedi di fronte a lei. L’uomo, completo nero e 24 ore, ricambia l’attenzione della piccola con un sorriso, e lei, dal nulla, tira fuori la lingua e inizia a sbeffeggiarlo con mille smorfie diverse. La naturale, ed innocua, spontaneità del gesto crea ilarità nell’uomo, e anche in me.

Ed è lì che penso quanto siano belli i bambini, proprio per la loro ingenuità. Non si curano delle reazioni, fanno tutto ciò che gli passa per la mente. Ed è strano quello che sto per scrivere, perché la prerogativa del diventare adulti è proprio quella di agire già consapevoli di cosa le nostre azioni possano comportare, ma ogni tanto vorrei che questa caratteristica che abbiamo da piccoli non si perdesse. Quante volte ti è capitato di stare in metro ed incrociare lo sguardo di qualcuno ed avere voglia di rivolgergli un saluto? Ma niente, ce ne stiamo lì pietrificati ed immediatamente leviamo gli occhi per posarli sullo schermo del nostro smartphone. Trasciniamo pigri le dita sul vetro a cristalli liquidi, andando ad aprire app e chat, nella speranza di ritrovare quella persona fra i tanti profili che abitano il mondo virtuale. Perché un “ciao” sulla chat di Facebook vale meno di uno nella vita reale. E lo stesso è per i “no”. Allora ci si ritrova a compilare moduli d’iscrizione, nella speranza che un algoritmo possa presentarti l’amore della tua vita. Si sta schedati, con le proprie foto in bella vista, come pezzi di carne nel bancone di un macellaio. E tra i tanti si sceglie quello più appetibile. Basta un movimento della falange verso destra o sinistra del cellulare per decidere se una persona vale il nostro tempo. E non c’è spazio per i sentimenti, c’è solo una valutazione oggettiva e meccanica, che continua anche dopo che il rapporto si trascina dal mondo virtuale a quello di tutti i giorni. Non si spiega altrimenti il fenomeno del “Ghosting”: quando una persona, probabilmente perso l’interesse per te, sparisce improvvisamente, evitando di rispondere ai messaggi, arrivando persino a bloccarti sulle stessa chat su cui, magari, vi siete conosciuti. Un fantasma fra i contatti, che sono tutto il nostro vivere.

E quando finalmente si approda allo status di relazione, esse sono sempre più deboli. Faticano a durare, perché ad ogni crepa c’è sempre la tentazione di ritornare dal macellaio per farsi staccare un pezzo di carne fresca con cui ricominciare tutto da capo. Una mia collega mi diceva, riferendosi a “Quel sottile filo di seta rosso” che per lei è azzurro “perché è il colore della serenità, della pace interiore, che è quello che un filo che ti lega ad un’altra persona ti dovrebbe portare. Si, magari all’inizio ha sfumature più verso il rosso, quello della passione, del cuore che batte forte… ma se manca l’azzurro, con il tempo, il rosso sbiadisce”. Ma se ingarbugliamo i fili, di qualsiasi sfumatura, confondendoli con i rapporti da cellulare, cosa rimarrà dell’amore e della procreazione? E se sull’orlo dell’estinzione ci chiederemo:”Di cosa ci siamo dimenticati?” Beh, cari miei, ci siamo dimenticati di sorridere come ancor fanno i bambini sulle metropolitane.

P.S. Simo, come promesso, questo è per te.

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